Versi in italiano


 

Spesso li trattiamo male,

i libri,

lasciati accatastati

sulle vecchie mensole d’acero,

tra ricordi e lettere d’altri tempi,

innevati

da una spessa coltre di polvere fuligginosa.

Di carta e ancora carta

sono colme le nostre case,

ma carta mai bruciata

per una lettura affannata

e carta mai ardente

per il fervore di una scartabellata.

Copertine fredde e schiave,

da cui ci serviamo

nell’ansia di apprendere

e nella desolazione delle lunghe sere.

Ed ora schiavi miei,

i Racconti del terrore di Poe

o Cime tempestose di Brontë.

 


 

Piccola figlia del Sole

khaki è il tuo colore,

scarlatta all’ interno di vermiglio magma.

L’efflorescenza che ti appartiene

ti dona quell’ aspetto color smeraldo

visibile perfino dalla Luna.

Dal languido scorrere di un Rio

fai nascere creature meravigliose,

che nemmeno tutte le fiabe del mondo potrebbero raccontare.

Giganti verdi popolano le tue lande,

imperi di cime aguzze dominano morbide valli.

Ti sazi d’acqua che si muove in te sotto varie forme:

come tanti piccoli lapislazzuli che scendono dal cielo,

o come lo scorrere di un laconico torrente

che penetra nelle tue deboli terre,

iniettando nettare d’ambrosia.

Ogni tuo habitat è popolato da una flora e una fauna che si completano.

Regolata da ritmi crudeli ma perfetti,

sei selvaggia e indomabile.

Tu che doni e togli la vita.

Sei Gaia.

 


 

Ci sei nelle parole di Gandhi,

ci sei per le strade asfaltate,

di notte,

affollate.

Ci sei tra le mie braccia,

anche se non ti stringo.

Ci sei nella mia lattuga,

ci sei anche quando non ti parlo…

ma se ti parlo, dove sei?

Ci sei quando dai e quando togli,

ed anche se gli altri

vedranno solo i tuoi sbagli

io sarò sempre pronta ad esporre

le tue imprese grandi.

Ed io mi chiedo:

Quanti ciechi con gli occhi del cuore si aggirano per il mondo?

Pazzi!

perché alla tua mirabil bellezza

rispondono

con l’indifferenza.

Non importa dove sei.

Importa che sei.

 


 

Scende leggera dal tuo occhio sinistro quando ridi di gusto,

Scorre languidamente in un fiume di montagna,

Scroscia improvvisamente dal cielo in un caldo pomeriggio d’agosto,

Picchietta sulla nostra ringhiera quando il temporale è finito,

Disseta ogni singola parte del tuo corpo,

tante forme, solo due elementi.

Acqua.

 


 

Ma chi ha detto che dobbiamo per forza parlare?

Sono stufa di parole stuprate, sprecate, buttate al vento.

Lasciamole ai poeti le parole.

Noi non siamo nient’altro che scimmie evolute, facciamo quello che ci viene meglio.

Sguardi, silenzi, carezze e sospiri possono trasmettere molto di più e in modo molto più accurato.

 


 

Stando qui seduta in mezzo a voi,

circondata da voci tabaccose

scopro

in un acre pennacchio di fumo

un rovente terrore:

voi dimostrate che morire è vivere,

vorrei ribattere

ma la mia voce è incolore.

Vorrei farvi conoscere la conoscere la conoscenza

e uccidere le vostre barriere

di anime nere, caffèlatte o gialle

e farvi scoprire con candele di fragole

e incensi profumati

parole senza peccato.

Vorrei,

con un orazion piccola

dimostrar la futilità dello sprecar il vostro soldo,

ma ho mancanza di tempra in queste membra.

Stando qui seduta in mezzo a voi,

come i corvi ed il carbone

penso all’unico mio mezzo che ho,

una penna stilografica

e un quaderno marrone.

 


 

Un concetto inspiegabile

se non mediante simboli matematici.

È l’affascinante linguaggio del passato,

del presente e del futuro.

E’ qualcosa di ancora ignoto all’Uomo,

siamo troppo acerbi per assaporarne il contenuto

troppo acerbi per comprenderne il significato.

Le nostre menti sono troppo limitate

per comprendere l’infinita grandezza

di ciò che sta fuori dalla nostra Casa.

Viviamo,

recintati da una spessa coltre di egocentrismo e di non curanza

che ci porta a non voler guardare più in là del nostro cancello.

Come Vega e La Stella Polare,

la conoscenza rimane ancora l’unica via,

l’unica salvezza.

 


 

Le note,

come un folto mantello

si poggiano sulle mie spalle.

Le tiro verso di me quando sento il vento gelido

della solitudine.

Le melodie,

albergano nelle infinite cavità del mio corpo

e colmano tutte le voragini che sento dentro.

Le pause,

mi danno estasi e sollievo

e allo stesso tempo

mi demoliscono,

mi schiacciano

con la loro forza

ed io non mi capacito di liberarmene.

Ogni battuta,

ogni quarto

mi pone una finestra sull’ universo,

al margine del mondo

e mi da una spinta…

 


 

Scrivo, ascolto, penso…

tra scartoffie guardo,

fuori

vedo un mondo teatrale

vivo in mezzo a personaggi.

Sola.

La mia necessità di amare

è un nascosto inganno al dolore.

Mi sento come quell’ albero

è passivo,

si lascia accarezzare dal vento

ma resta fermo.

E  poi come quel gatto,

un tigrotto agile,

salta sul tetto, sguscia via,

se c’è da scappare.

Mi identifico in quel ragazzino,

giovane e ingenuo,

gioca felice in giardino

e non sa quanto possa esser crudele la vita.

Mi sento un pò nell’ illusione

ma voglio starci,

crogiolarmici dentro

sì, voglio starci.

E mi sento un pò come quella nuvola,

che un giorno porta la pioggia,

un giorno oscura il sole,

ed un altro sembra morbido cotone…

 


 

Soli,

tu ed io

nell’ immensità dell’Universo

così nitido e trasparente

com’ è l’ingenuità di un bambino.

Il tuo bianco e giovane corpo

aggrappato al mio

ed il tuo viso brillava,

increspato dai riflessi del sole.

Improvvisamente,

diventasti pesante

come una pietra morta

a rallentatore iniziasti a roteare,

allontanandoti da me

sempre più veloce,

sempre più piccolo,

in lontananza

come una meteora.

Io ti guardai impotente diventare irraggiungibile

rimasi lì, sola, con le vesti di pietra.

Ora altre cose parleranno con la tua voce,

altre stelle illumineranno le vie con il tuo calore.

 


 

Ciò che è invisibile agli occhi è in realtà il fondamento della pianta: le radici.

Esse si diramano sotto i nostri piedi umani, i quali, incuranti e inconsapevoli, calpestano quello che può definirsi il tetto di un grande universo sotterraneo.

Le radici, come tanti cordoni ombelicali, sono il collegamento tra madre Terra e la pianta. Esse, disperate, cercano di correre il più lontano possibile alla ricerca del nutrimento vitale.

Scorrono in profondità, si intrecciano, e talvolta cozzano tra di loro… le radici portano con sé l’amore per la vita, la lotta per la sopravvivenza.

E i fiori?

Di una meraviglia eccessiva, eppure così tragicamente effimeri, temporanei.

Per dare vita a una creatura così ammirevole, la pianta compie un grande sforzo, utilizza un surplus di energia, perciò se una pianta non è sufficientemente in salute e in forma soffrirà per dare vita a un colorato fiore o a un succoso frutto.

Tronco, rami, foglie e fiori sono sostenuti dall’ apparato radicale il quale non è altro che chioma dell’albero, ma al rovescio.

La pianta riflette sé stessa attraverso lo specchio che è la terra.

Non tutti sanno vedere l’albero nella sua integrità, alcuni perché si accontenteranno della parte più appariscente, molti altri perché guarderanno ma non sapranno vedere.